Il medico non è un poliziotto di frontiera

Tra le norme contenute nel pacchetto sicurezza che il Parlamento sta esaminando c’è n’è una assai discussa e discutibile. Si tratta dell’abolizione del divieto, attualmente vigente, per i medici di segnalare alle autorità di pubblica sicurezza i clandestini che si rivolgono alle loro cure.
14 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 08:33
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Tra le norme contenute nel pacchetto sicurezza che il Parlamento sta esaminando c’è n’è una assai discussa e discutibile. Si tratta dell’abolizione del divieto, attualmente vigente, per i medici di segnalare alle autorità di pubblica sicurezza i clandestini che si rivolgono alle loro cure. La ragione che aveva consigliato di introdurre il divieto era quella di evitare che immigrati irregolari, per paura di essere denunciati ed espulsi, rinunciassero a farsi curare, il che avrebbe potuto creare emergenze sanitarie o portare alla nascita di circuiti sanitari clandestini (dei quali qualche esempio si è già visto nella comunità cinese). Queste esigenze restano tuttora valide, oltre ovviamente al principio umanitario in base al quale tutti i malati hanno diritto a essere curati e alla deontologia della professione medica che impone di non discriminare in alcun modo chi ha bisogno di terapie.
D’altra parte, anche il divieto assoluto presenta qualche controindicazione. Se un clandestino risulta portatore di una malattia infettiva, magari di quelle ancora endemiche in aree sottosviluppate, la mancata informazione può determinare rischi sanitari. Ci sono poi i casi che, se riguardano cittadini italiani, obbligano il medico alla denuncia, a cominciare dai segni di sevizie su donne e minori, compresa l’infibulazione contro la quale è in corso una campagna ministeriale. Abolire il divieto non implica imporre un obbligo che trasformerebbe i sanitari in una specie di appendice delle forze dell’ordine. Lasciare alla sensibilità del medico il diritto di scegliere, come dispone l’articolo di legge in discussione, può essere una soluzione accettabile purché sia chiaro che la denuncia del clandestino è un atto eccezionale che si giustifica soltanto con fondate ragioni sanitarie, di tutela della salute personale del malato o di altri che potrebbero essere danneggiati. Che tutti i malati si curino è anche un interesse della salute pubblica, che correrebbe seri pericoli se si diffondesse la paura di ricorrere al servizio sanitario. Chi dice che questo ha un costo, il che è senz’altro vero, dovrebbe riflettere su quanto peggio sarebbe se la paura di denunce da parte dei medici portasse alla diffusione di malattie in comunità di immigrati che poi bisognerebbe fronteggiare con maggiori risorse. Affidarsi al buon senso dei medici è ragionevole, ma per non caricarli di responsabilità eccessive sarebbe necessario indicare con precisione le ragioni sanitarie, e soltanto sanitarie, per le quali è consentita la denuncia dei clandestini.